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L’amore è anche fatto di niente

Diceva così una canzone di Colapesce di qualche anno fa. E non posso non condividere questo pensiero ora, in questo strano momento di vita.

Quest’anno la mia pelle ha visto poco il sole, sono quasi sempre tra le mura di una cucina tra spezie e profumi, il mare l’ho visto spesso però, di sera, dal finestrino dell’auto; la salsedine l’ho percepita, a braccetto col maestrale.

È stato un inverno ricco, catastrofico per certi aspetti, entusiasmante per altri. Ed ora l’estate mi aspetta. Anche se io non so cosa aspettarmi da lei. Che poi, che senso ha.

Rotolarmi tra le coperte leggere di cotone, sudare e cacciare le zanzare, mangiare gelati e bere birra ghiacciata (cosa che ho riscoperto da poco), andare alle feste e non andarci preferendo la focaccia, la birra (vedi sopra) e lo scoglio in riva al mare. Perdermi in un paio di occhibelli, farmi fare il solletico, dire cose romantiche ma non troppo perché non lo so ancora fare, ascoltarle ma, anche lì, faccio fatica.

Abbracciare. Farmi abbracciare.

Baciare. Farmi baciare.

Coccolare. Farmi coccolare.

Fantasticare.

Preparare i cartoni per un presunto-nontroppolontano trasloco, immaginare la carta da parati (in realtà non la voglio la carta da parati ma faceva molto vintage dirlo quindi…). Dormire. Vorrei dormire ma non troppo, il necessario per non scavare ulteriormente le occhiaie, asciugarmi i capelli al sole e sporcarmi di sabbia. Fare su e giù per la regione, sfiorando i confini con brevi incursioni altrove. Voglio parlare ed ascoltare un sacco. Voglio scrivere un diario, scattare delle foto e voglio vedere cose. E sentirle. Non solo con occhi e orecchie.

Mi sa che voglio anche piangere un pochino. Di quelle lacrime che purificano.

Insomma, qualcosa farò. Faremo.

L’importante è essere in due in questa storia fatta non solo di parole.

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ritornare ovvero ricominciare da dove si è più felici

Negli ultimi mesi di latitanza virtuale, ho finalmente trovato una collocazione nel mondo reale. Il mio posto felice si chiama 98rto.

98rto è un contenitore di idee, piante, persone e cosebuonedabereedamangiare.

Il mio rifugio è la cucina, il luogo dove le mie paure, le mie fragilità, la mia creatività ma anche tutto il mio coraggio, esplodono in danze, risate, abbracci e colori.

Passo qui gran parte del mio tempo perché è qui che voglio stare. Dove la luce è calda e l’atmosfera immaginifica. Ne varco la soglia ogni giorno meno uno; frullo, impasto e mi coloro le mani con i prodotti della terra; sento i profumi e me li nascondo sotto la pelle; assaggio, cosa dico, M A N G I O T U T T O e ne assorbo l’energia.

Quando il palmo della mia mano sfiora il pomello di ferro battuto della porta, lo stomaco, come un soldatino di piombo, si drizza sull’attenti con tutta la concentrazione e la fierezza che possiede, restando nel corpo immobile, nell’animo un delirio. Assomiglia alla sensazione delle farfallenellostomaco che uno prova quando è innamorato. Implacabile, ingovernabile, doloroso e meraviglioso.

Io mi sento così. Ed è il mio lavoro.

Il mio lavoro è emozionare/mi, comporre, creare, condividere, pensare, non pensare, sognare, sudare, impazzire, danzare, correre, sporcare, inquadrare, contare.

98rto è un po’ come una casetta sull’albero, costruita interamente con l’amore e la dedizione di chi vuole un luogo intimo, personale, in sintonia con la parte più sensibile di se stessi. 98rto è anche e soprattutto le creature che lo abitano. Diverse (fortunatamente) tra loro e tutte favolosamente complicate.

98rto è lacrime, lacrime di gioia che affondano in un abbraccio per la soddisfazione, la grande soddisfazione di sbirciare la gente mentre mangia e vederla sorridere; è lacrime di stanchezza asciugate con le mani sporche e piene di tagli; è una tisana (una carezza) al momento giusto; una parola dolce ed un massaggio alle tempie; è un dirsi “andiamo a mangiare insieme”; è una telefonata nel cuore della notte; è un bicchiere di vino e realismo; è un dono intagliato con le proprie mani che ti fa sentire speciale; è il suono di una voce che ti sussurra buongiorno o buonanotte; è una risata; è un “resto ancora un po’ perché voglio farti compagnia”; è un pretesto per dirsi “menomale che t’ho incontrato”; è un ” grazie per avermi incasinato la vita”; è un atto d’amore (punto); 98rto è occhi belli e luminosi, anima fragile, braccia forti, pensieri vorticosi e tanta tanta voglia di riscatto.

 

 

 

 

 

 

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Granola fatta in casa ovvero ma che ne sanno i cereali confezionati 

Più che una ricetta, un consiglio. 
La granola è un mix di cereali, frutta secca, semi e a volte anche frutta disidratata/essiccata accompagnata da miele o sciroppo d’agave. Una bomba energetica da mangiare a colazione con yogurt o latte e perché no, anche come merenda, spuntino da solo. È perfetto per essere sgranocchiato grazie alla sua consistenza croccante e nelle bevande non perde assolutamente la sua caratteristica, cosa che spesso accade con i cereali confezionati. Inutile aggiungere altro, passo la parola agli INGREDIENTI

Per un mix di 500 g 

300 g di fiocchi d’avena integrale al naturale

50g mandorle tostate 

50g noci

50g nocciole 

50g mix di semi (zucca, girasole, chia, lino…)

Cannella q.b.

4 cucchiai di miele (consistenza molto fluida)

1cucchiaio di acqua

Mescolate tutti gli ingredienti secchi (naturalmente potete cambiare le proporzioni a vostro gusto) aggiungendo una miscela di acqua e miele. Vi consiglio di usare un cucchiaio di acciaio.

Una volta amalgamato il tutto, stendete il vostro composto sulla leccarda foderata con carta forno, ricoprendo tutta la superficie, appiattendo il più possibile. Infornate a 160° per 40 minuti. Dopo i primi 20′ però, smuovete la granola in modo da evitare che si attacchi troppo al fondo e rimodellate per ultimare la cottura. Raggiunta la doratura desiderata, sfornate e gustatevi questo capolavoro della natura, spezzettandolo della grandezza che preferite. 

Vi consiglio di conservarlo, una volta freddo, in un barattolo di vetro con chiusura ermetica. Può durare anche per più di una settimana ma in realtà…è troppo buono e in tre, quattro giorni il barattolo si svuota!😁


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Pan di zucca ovvero di quella volta che “Oggi non mi alzo dal divano ” e tre ore dopo ero già ricoperta di farina con la cucina sottosopra

davEbbene sì, volevo starmene seduta sul divano a recuperare serie tv e cancellare dalla lista film qualche titolo ma non è stato  possibile. Mentre mi posizionavo abbracciata al cuscino, una vocina mi sussurrava all’orecchio: “Alzati e cucina”.

Il resto lo avete capito.

Ho realizzato questo pane una sola volta ma merita di essere condiviso. Anche perché, prima che finiscano tutte le zucce a mia disposizione, voglio assolutamente rifarlo.

Ingredienti

200 g di semola di grano duro Senatore Cappelli

200 g di farina Manitoba

200 g di zucca priva della buccia

130 ml acqua

1/2 cubetto di lievito di birra fresco

1 cucchiaino abbondante di sale ( circa 8 g di sale)

1 cucchiaino di miele

olio evo

Fate cuocere in un pentolino con coperchio la zucca tagliata a cubetti in 80 ml di acqua; una volta morbida spegnete e lasciate intiepidire.

Sciogliete il lievito in 50 ml di acqua insieme al cucchiaino di miele.

Frullate la zucca con la sua acqua di cottura e unitela al lievito.

Unite le farine amalgamando. In ultimo aggiungete il sale e 2 cucchiai di olio. Impastate sino ad ottenere una bella palla liscia.

Lasciate lievitare per 1 ora. Riprendete poi l’impasto e lavoratelo nuovamente su un piano infarinato portando gli estremi verso il centro, creando una sorta di fagottino e lasciatelo lievitare per 1/ 2 ore. Riprendete l’impasto e create la forma che desiderate, spennellando in superficie con olio evo.

Mettetelo su una leccarda foderata con carta forno ed infornate in forno caldo statico a 180° con un bicchiere d’acqua sul fondo.

Dopo circa mezz’ora, quando sarà dorato in superficie, il vostro pane sarà pronto. Tagliatelo solo quando risulterà completamente freddo.

pz

Che dire, provatelo. Accompagnato con un tagliere di formaggi è perfetto!

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Hummus di lupini ovvero più lo spalmi e più te ne innamori 

davLa mia battaglia a favore dei lupini finalmente di dominio pubblico. Sì cari lettori, da anni mi batto a favore di questi piccoli e simpatici legumi che spesso, dalle mie parti, vengono considerati solo durante le feste di paese o la domenica mattina (ma solo quando quando c’è il sole). Perché? Perché presenti, tra olive e taralli, sui banconi delle “bancarelle”. Sì, proprio così. E allora io dico basta e finalmente posso urlare al mondo…ok basta, sto esagerando! Vi scrivo la ricetta

Ingredienti

350g di lupini precotti

80ml di olio evo

1 spicchio d’aglio

Mezza cipolla piccola

Succo di 1 limone

1ciuffo di prezzemolo

3 cucchiai di sesamo

Come prima cosa sbucciate i lupini e lasciate ammollo per una mezz’ora, cambiando due volte l’acqua per privarli del sale in eccesso. Trasferiteli in un pentolino con una nuova acqua e fateli bollire per 5/10 minuti. Una volta ammorbiditi, lasciateli da parte per un po’.

In una padella fate tostare i semi di sesamo con 60ml di olio, aglio e cipolla. Una volta dorati, frullateli aggiungendo i lupini, il prezzemolo, il succo del limone e l’olio rimasto.

Trasferitelo in una ciotola spatolando sino ad ottenere la consistenza desiderata.

Spalmatelo su crostini di pane nero e godetevi il momento!